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Roland Barthes : Letteratura e Significazione
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artcurel

ammin






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Località: Cava de' Tirreni (SA) ITALIA
Interessi: Arte , Cultura e Religione

Sito web: http://www.artcurel.it

MessaggioInviato: Ven Set 09, 2005 8:27 am    Oggetto:  Roland Barthes : Letteratura e Significazione
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... La letteratura possiede una forma , se non eterna , almeno trans-storica? Per rispondere seriamente a questa domanda ci manca uno strumento essenziale: una storia dell'idea di letteratura. Si scrive continuamente (almeno dall'Ottocento, ed è già significativo) la storia delle opere, delle scuole, dei movimenti, degli autori, ma non è stata ancora scritta la storia dell'essere letterario. Che co'é la letteratura? : questo interrogativo famoso resta paradossalmente un interrogativo di filosofi o di critici, non è ancora un interrogativo degli storici. Non posso quindi arrischiare che una risposta ipotetica - e soprattutto molto generale.
Una tecnica decettiva del senso, che cosa vuol dire? Vuol dire che lo scrittore si adopera a moltiplicare le significazioni senza riempirle né chiuderle e che si serve del linguaggio per costituire un mondo enfaticamente significante, ma alla fine mai significato. E' così per ogni letteratura? Si, certo, perché definire la letteratura mediante la sua tecnica del senso significa assegnarle per unico limite un linguaggio contrario, che non può essere altro che il linguaggio transitivo; questo linguaggio transitivo è quello che mira a trasformare immediatamente il reale, non a duplicarlo: parole "pratiche" legate ad atti, a tecniche, a comportamenti, parole invocatorie legate a riti, poiché anche di essi si crede che aprano la natura; ma dal momento che un linguaggio non è più incorporato a una praxis, dal momento che si mette a raccontare, a recitare il reale, diventando così un linguaggio per sé, si ha la comparsa di sensi secondi, rovesciati e sfuggenti, e di conseguenza istituzione di qualcosa che appunto chiamiamo letteratura, anche quando parliamo di opere prodotte in un tempo in cui il termine non esisteva; una simile definizione può solo respingere la "non-letteratura" in una preistoria che non conosciamo, là dove il linguaggio non era che religioso o pratico (meglio sarebbe dire prassico).
C'è quindi indubbiamente una grande forma letteraria, che ricopre tutto ciò che conosciamo dell'uomo. Questa forma (antropologica) ha ricevuto, ben inteso, contenuti, usi e forme sussidiarie ("generi"), diversissimi secondo le storie e le società. D'altra parte, all'interno di una storia ristretta come quella del nostro Occidente (benché a dire il vero, dal punto di vista della tecnica del senso letterario, non ci sia nessuna differenza tra un'ode di Orazio e una poesia di Prévert, un capitolo di Erodoto e un articolo di "Paris-Match"), l'istituzione e la decezione del senso si sono compiute attraverso tecniche secondarie assai svariate; gli elementi della significazione possono essere diversamente accentuati, in modo da produrre scritture molto diverse e sensi più o meno riempiti; ad esempio si possono codificare fortemente i significanti letterari, come nella scrittura classica, o al contrario abbandonarli al caso, creatore di sensi inauditi, come in certe poetiche moderne; estenuarli, sbiancarli, avvicinarli all'estremo alla denotazione, o al contrario esaltarli, esasperarli (come nella scrittura di un Léon Bloy, per esempio): insomma il gioco dei significanti può essere infinito, ma il segno letterario resta immutabile: da Omero e fino ai racconti polinesiani, nessuno ha mai trasgredito la natura a un tempo significante e decettiva di questo linguaggio intransitivo, che "duplica" il reale (senza raggiungerlo) e che chiamiamo "letteratura": forse appunto perché è un lusso, l'esercizio del potere inutile, che gli uomini hanno, di fare più sensi con una sola parola.
Eppure, se la letteratura è stata da sempre, per la sua stessa tecnica (che è il suo essere) un sistema del senso posto e decetto, e se in ciò sta la sua natura antropologica, c'è un punto di vista (che non è più quello della storia) per cui la contrapposizione delle letterature a senso pieno e a senso sospeso riacquista una certa realtà: è il punto di vista normativo.
Sembra che oggi accordiamo un privilegio in parte estetico, e in parte etico, ai sistemi francamente decettivi, nella misura in cui la ricerca letteraria è continuamente portata alle frontiere del senso: la franchezza dello statuto letterario diventa insomma un criterio di valore: la "cattiva" letteratura è quella che pratica una buona coscienza dei sensi pieni, e la "buona" letteratura, al contrario, è quella che lotta apertamente contro la tentazione del senso...


Brano tratto dal libro Saggi Critici di Roland Barthes , Einaudi 1972.
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MessaggioInviato: Ven Set 09, 2005 8:27 am    Oggetto: Adv






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